Capita, alcune volte, che nel farsi riconoscere come medico di controllo al citofono o all’uscio del paziente, ci imbattiamo nella sorpresa, quando non la resistenza, di un convivente o anche un parente inconsapevole. E’ evidente che ci troviamo di fronte ad una mancata comunicazione dell’assicurato, rispetto al certificato di malattia, nei confronti dei soggetti con cui condivide la residenza.
La conseguenza inevitabile è la messa in atto, da parte dei riceventi, di atti volti al chiarimento, come telefonare all’interessato o la richiesta di informazioni e notizie direttamente dal medico. La tutela della privacy non può essere invocata nella prima fase dell’accertamento, infatti, le presentazioni sono doverosamente vincolanti al fine di accedere ad una abitazione, solo successivamente è cura del pubblico ufficiale mantenere la riservatezza sui dettagli a lui noti, stampare l’invito a visita, includerlo in una busta chiusa e chiedere una firma per ricevuta.
Corretto è anche declinare cortesemente l’invito a interloquire con il paziente al telefono e nel caso di insistenza limitarsi a comunicare di prendere visione tempestivamente del contenuto della busta custodita presso l’abitazione indicata sul certificato.
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Ma presentarsi al domicilio e trovare qualcuno che da un piano, mettiamo il secondo, grida:” lei chi è ?”, mette in difficoltà il professionista. Non parliamo poi del caso in cui una persona si avvicina e ci chiede :”Chi sta cercando?”. Succede spesso.
E quella persona ovviamente non si qualifica mentre noi siamo costretti a qualificarci.
Quando mi chiedono chi sto cercando, intanto chiedo se ho suonato alla persona che mi pone la domanda: se mi risponde affermativamente mi qualifico mentre se mi risponde negativamente io NON mi qualifico perché non sono tenuto a rivelare chi io sia e per quale motivo mi trovi in quel posto e soprattutto chi stia cercando.