Profumo di mosto selvatico

mosto

Il rito della vendemmia si ripete anche quest’anno in buona parte dell’Italia. Il clima bacchico della pigiatura dell’uva ed il profumo del mosto, tenue nei giorni scorsi, negli attuali è intenso. Si sono fatti pronostici sull’annata e qualcuno esce fuori dal coro suggerendo nuovi recipienti in cui pigiare e far depositare la preziosa mistura, sperando in un vino migliore della annate precedenti. L’esperienza, che dovrebbe addolcire il buon vino, è prevaricata dai sentimenti e il fatalismo rischia di produrre misture sulle quali ricadranno etichette strambe e fuorvianti.

Tra i filari comunque si continua a raccogliere e l’odore del mosto fa perdere la testa ai più sensibili, inebriati dai pensieri, dimentichi della fatica occorsa per arrivare alla maturazione, che dovrebbe vedere tutta l’azienda all’opera ed invece mostra i suoi componenti rivolti ad altro.

Non si riesce a comprendere la qualità del prodotto finale, che per la sua lavorazione avrebbe preteso coesione, massima nelle fasi ultime. Qualcuno difende le consuete usanze, altri invocano tecniche innovative, altri ancora evocano soluzioni che nulla hanno a che fare con la materia prima. Nessuno conosce cosa si imbottiglierà, tantomeno se si tratterà del nettare tanto atteso o di sofisticati prodotti da rivendere ai cinesi.

Si sente in giro che altri enologi e sommeillers potrebbero impossessarsi del nostro mosto, per farne vino che magari noi non berremo.

 

 

Condividi questo post

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.