Chiudere la medicina fiscale significa chiudere un’intera branca della medicina legale» e «diminuire del 90% le visite fiscali è come ridurre del 90% i controlli di polizia». Ad affermarlo è Danilo Musacchio, socio dell’Associazione nazionale medici medicina fiscale (Anmefi), fondata da circa un mese per tutelare i diritti e la dignità di una categoria di medici che «hanno dedicato la propria vita professionale a questa attività e si trovano, oggi, a essere, nei fatti, “licenziati in tronco”, per motivi privi di qualunque fondamento logico e di buon senso». Va ricordato che il 30 aprile scorso l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) ha deciso di ridurre del 90% le visite fiscali d’ufficio a tempo indeterminato. «Questa decisione» denuncia Musacchio «ha creato come risultato paradossale che medici con più di 25 anni di esperienza di lavoro con l’Inps si trovino oggi a guadagnare in media 200 euro al mese e continuino a dare, all’Istituto, la propria disponibilità 360 giorni all’anno compresi i festivi». Per di più, secondo Musacchio, la scelta dell’Inps è illogica, perché si taglia dal bilancio uno dei settori più redditizi, considerando anche solo le sanzioni economiche inflitte ai pazienti non trovati a casa. Il medico fiscale, inoltre, tra i suoi compiti ha quello di segnalare casi di malattie da incidenti stradali (per cui l’Inps si rivale sull’assicurazione della controparte) o medicina estetica (non indennizzabile dall’Inps) e di infortuni sul lavoro (di competenza Inail). «Tutte condizioni che determinano profitto per l’Inps, oltre che essere di vitale importanza per l’economia dello Stato» afferma Musacchio, il quale sottolinea come i medici fiscali, pur essendo pubblici ufficiali al pari degli agenti di polizia, non sono come questi ultimi giustamente tutelati nel loro lavoro dallo Stato, ma vengono considerati liberi professionisti, soggetti a ogni tipo di rischio (dall’aggressione all’incidente stradale), senza nessuna tutela ogaranzia, né malattie o ferie retribuite o riposo settimanale.